ORTHO SPINALIS – SACHA TURCHI

{"slide_to_show":"1","slide_to_scroll":"1","autoplay":"true","autoplay_speed":"6000","fade":"false","speed":"666","arrows":"true","dots":"false","loop":"true","nav_slide_column":"3","rtl":"false"}
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image

SACHA TURCHI

Ortho Spinalis

24.09 – 06.11.2016

testo di Alessandra Caldarelli

Quando un essere umano viene alla luce impiega del tempo prima di riuscire a reggersi sulle proprie gambe. Il corpo umano si tiene in piedi, trova equilibrio sul proprio bacino. Il corpo sa, ancora prima di chi lo sorregge, cosa fare. Possiede, esso stesso, una memoria interna scritta nel DNA. Allo stesso tempo, quando dal bulbo nasce un germoglio, quella nuova forma di vita si irrobustirà fino a trovare la propria forza dall’interno, da quelle ‘cellule nervose’ che sono le sue radici in continua conversazione con la terra.

Ancora una volta tornano gli elementi cari all’artista: la presenza del corpo umano in relazione a quelle strutture vitali che la natura stessa crea; l’attenzione capillare nella scelta dei materiali; il legame dell’uomo nel suo presente con quel fitto intreccio che è il passato e la storia dai quali proviene; quell’idea di evoluzione, essa stessa crescita naturale dunque cambiamento, che non ha a che fare soltanto con il ciclo vitale dell’essere vegetale, ma con il passaggio stesso del tempo, in continuo divenire. Questa volta, in occasione del nuovo progetto Ortho Spinalis presentato al Castello di Rivara (TO) sceglie di farlo attraverso un orto – come suggerisce il titolo stesso – organizzato in tre file da sette bulbi ciascuna, sui quali posano in tutto ventuno sculture che ricalcano la spina dorsale, sorretti su dei bacini. Quello che dovrebbe essere il DNA nel materiale osseo di un essere umano è sostituito da materiale vegetale; quello che dovrebbe essere il terriccio dal quale far crescere queste anomale ‘piante’ è, invece, sale grosso, elemento di purificazione sin dalle tradizioni più antiche, in grado di asciugare l’acqua.

Contrariamente ad un orto come gli altri, le piante non trovano rigenerazione nell’acqua, quanto, piuttosto, dall’assorbimento dell’acqua stessa. Quel sale che riporta alla tradizione dell’impastare, delle donne della famiglia intorno a una tavola, delle più piccole intente ad imparare un’antica arte lontana nel tempo, la tradizione nutre queste colonne vertebrali che nascono, crescono e sopravvivono grazie al loro fiero insistere sui propri ischi iliaci e alla forza di gravità, mentre tentano di evolversi verso l’alto, fiere, perdendo sempre più la propria andatura curvilinea. Una tradizione, quella dell’impastare, che a che fare con la pazienza, con la cura, con l’attenzione: le stesse che Sacha Turchi osserva nel suo lavoro minuzioso e scrupoloso, fatto di tanto studio, di tentativi, di ripensamenti: ingredienti che l’artista assembla – impasta, per l’appunto – sino al momento in cui non prendono una forma ben definita.

A fianco dell’orto gli strumenti della lavorazione della terra (il rastrello ad esempio) e quelli tipici della lavorazione della pasta (come il mattarello) e un ciclo vitale che si scrive in lunghezza, dal germoglio più piccolo alle ‘piante’ più grandi, rispettando il naturale corso delle cose.

Artisti Correlati

SACHA TURCHI