I MAESTRI DEL COLORE 279 DISPENSE FABBRI EDITORI

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26/03/2017 – 23/04/2017
I MAESTRI DEL COLORE
279 DISPENSE FABBRI EDITORI

Quando lo spazio espositivo incontra la Biblioteca vi è sempre un corto circuito tra il lampo visivo dell’installazione e il rigore documentario della ricerca, della retrospettiva. Dal 26 marzo al 24 aprile 2017 il Castello di Rivara inaugura il primo di tre capitoli di una sorta di trittico editoriale. I 286 Maestri del Colore, fondamento ideale dell’intero iter, sono rappresentati da una quadrupla fila di dispense orizzontali, una sorta di catalogo esteso all’interno di un orizzonte prospettico, che di fatto invade gli spazi intorno alla Biblioteca “Carolin Lindig”.

Pur avendo la Storia dell’Arte come oggetto, pur ridefinendo nell’immaginario comune la Classicità, pur raccontando per vie traverse le esaltazioni e i turbamenti del boom economico, le duecentottantasei copertine offrono innanzitutto un inconfondibile spaccato dell’approccio visivo degli anni ’60. Questa serie di objet trouvé della cultura di massa va infatti oltre il sociale per aprirsi ad un colpo d’occhio del tutto inaspettato: la biografia d’artista ridotta a tassonomia, e che preserva, come per piante, insetti e rocce, un’emozione visiva data dall’identificazione. La copertina, carta d’identità pubblica dell’artista, anticipa il contenuto con un passaggio che si direbbe didattico-curatoriale. Non soltanto un approfondimento ma la creazione di uno spazio nella futura memoria.

Sebbene i libri siano i grandi protagonisti materiali di questa esposizione, essa vuole essere soprattutto una mostra di processi culturali: scelte editoriali come atti che, prendendo forma dall’intraprendenza e sensibilità individuale definiscono l’atmosfera mentale di un periodo storico. Il nostro si può così definire un tentativo in più direzioni di far luce su quelle sensibilità.

La ricerca fisica dei fascicoli ci ha permesso di venire a contatto con le persone tra loro più distanti: dal venditore di libri usati al pensionato che regala i suoi numeri per il piacere di donare, allo sconosciuto seller su Amazon o eBay al grande collezionista specializzato in storia del fotolito che ci guida tra i suoi doppioni circondato da opere d’arte. Si può intuire dunque quanta rilevanza possa assumere la storia di ogni singolo fascicolo, e dei suoi segni unici e inequivocabili. Il 169 (Ensor) e il 177 (Juan Gris) sono entrambi tagliati inspiegabilmente nell’angolo in fondo a destra. Il 185 (Petrus Christus) e il 236 (Lanfranco) hanno una inequivocabile banda gialla verticale, evidente sintomo di provenienza da una stessa cantina, memoria di una stessa umidità. Objet trouvé, in senso stretto, letteralmente ed ironicamente trouvé ovunque. Infine la giustapposizione delle copertine, l’ordine apparentemente casuale con cui si susseguono gli artisti (come da originale scelta editoriale di Fabbri, ndr) e il rapporto naturale con i teli rossi di supporto fanno di questa installazione una sorta di confine tra il catalogo museale e il museo stesso. Un ibrido che gioca con il doppio figurativo/lessicale: nel box ‘opera’ vi è sia la riproduzione dell’immagine dell’opera sia il nome dell’autore con annesso numero di riferimento. Questi aspetti semiotici, insieme alla processualità della provenienza (eterogenea), fanno potenzialmente di questa esposizione una sorta di miniera delle origini dell’Italia contemporanea. Il passaggio dalla fine degli anni ’50 agli anni ’60. Con la disoccupazione sotto controllo, il cittadino lavoratore e probabilmente immigrato dal sud doveva essere oggetto di contenuti nobilitanti. Il paradosso è che questa nobiltà rimaneva inserita dentro la nemesi del contenitore seriale: l’universale dell’Arte a 300 lire. L’obiettivo di Fabbri fu dunque duplice: fare gli italiani e realizzare un buon prodotto industriale. Un obiettivo raggiunto in entrambi i sensi. Chi guarda i Maestri Del Colore oggi, nell’era del web maturo, ne risulta ancora attratto magneticamente. L’abitudine odierna di ricercare le immagini nel catalogo mobile della rete, infatti, fa sì che di fronte a degli oggetti di questo tipo si possa provare un’emozione tattile epifanica ed intatta. In mostra questa tattilità è però preclusa perché i duecentottantasei volumi rappresentano un pantheon da non toccare, bensì da scorrere con gli occhi tenendo a bada la mano. Lo sguardo scorre le copertine come un dito le pagine, e se da un lato rivelano la complessità dell’offerta proposta da Fabbri Editori, dall’altro sembrano svelare l’arbitrarietà di ogni catalogo e quindi di ogni biblioteca, vero simulacro dell’ideologia della sistematicità, e quindi dell’Oggi. La civiltà dell’ordinateur.

Chi compra un oggetto seriale non si chiede chi o cosa ma quando esce il nuovo numero. Se la libreria è il territorio del compratore, individuo fatto di intuito e pulsione, in edicola l’utente seriale non vuole decidere, ma piuttosto essere parte di un meccanismo che gode della regolarità del genio. Il Maestro, (a cui è affibbiato un semplice numeretto identificativo) non è colui che afferma la propria individualità sul gregge, ma piuttosto colui che offre la propria opera come tassello di una realizzazione culturale complessiva. La Cultura che si manifesta a puntate ci suggerisce una formula che nella sua interezza propone un algoritmo della costanza.

Personale a cura di:
Fabio Vito Lacertosa, Federica Arra e Franz Paludetto